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13.12.19 Arsenal-Colon: un giovedì a Sarandì

Più che l’interesse potè la curiosità. Quella enferma inderogabile curiosità di completare il giro live degli stadi di Primera, qui en Capital Federal. Quella stessa che presto o tardi ci renderà becchime per uccelli e nutrie. Sì, repetita iuvant. Perchè accadrà. Per questo motivo, soprattutto per questo, se questo articolo fosse un titolo sarebbe “un giovedi a Sarandì”, magari aggiungendo un “de frio a morì”, che come occhiello non stonerebbe.



E’ un inizio estate capriccioso a Baires, tra giorni umidi e rigide serate inspiegabilmente invernali. L’escursione termica di questo dicembre è molesta e persino il corpulento presidente locale, Grondona jr., figlio di quel Julio Grondona, uomo più potente del calcio argentino per decenni, che l’Arsenal lo ha fondato scegliendo i colori di Rojo e Academia creando una delle maglie più cromaticamente ripugnanti nel mondo, è costretto a far ricorso alla roba fuori stagione per proteggersi da un vento viagliacco. Ok, ritiro il “corpulento” perché io voglio realmente sempre stare dalla sua parte. La tifoseria santafesina è accompagnata da una mistica particolare, fanno casino e in finale di coppa hanno dato spettacolo con un esodo record. Ma de visitante non si può quasi mai e, quindi, pochi minuti dopo il fischio d’inizio di questo recupero di campionato si era lì a darsi di gomito per chiedersi come avesse una squadra così priva di valori tecnici a giocarla una finale e quanto fosse fuori fase. Pobrecitos Sabaleros.



Grande rispetto, sempre. Chiederete, dunque, perché non si sia rimasti a casa, visto che nemmeno la Pulga è in campo…La Pulga Rodriguez è il leader e capitano rossoblù, quel meraviglioso elfo e leader del Colon che i guardoni di calcio sudamericano conoscono a menadito. Cancha medio picante, “es barrio, mano”. Sarandì, Avellaneda. Un ritornello già ascoltato: “Es barrio mano, no villa”. Ma, come dire, un barrio che per tre-quattro cuadras non percorrerei nemmeno dentro un blindato provvisto di rostri atomici. Però non te ne accorgi nemmeno, non è arco e frecce e non girano col cavallo. Florencio Varela ha impensierito di più, diciamo. Però c’è la notte che accompagna, spesso al Creatore accompagna pure, perché quando percepisci il senso del pericolo la festa te l’han già fatta. Olvidate. Si va.


La scena che si para all'entrata è stupenda, tra le migliori di questi meravigliosi mesi: un parcheggio stracolmo di auto e a guardia di una sbarra da prendersi il tetano all'istante c’era una guardia. Una guardia che ci guardia (e basta, no?) mentre sputa ciò che ad uno sguardo oltremodo disattento e fellone poteva apparire come una bustina di bruscolini. Involucro che solo in seguito, mangiandone como mucho una novantina, scoprirò essere ricolmo di quelle noccioline dolci che ormai vendono solo nelle fiere. O alla Befana. Dicevamo, un tutore dell’ordine che ci accoglie sputando. Senza parlare, controlla la targa dalla lista, non dice una parola, annuisce con stizza. E sputa. Verso la macchina, rumbo perfecto. Manco Corleone, che bello cazzo. Ecco perché la barra locale espone sempre lo striscione “Arsenal La Mafia”. Bene, bene. “Entrerei da un altro ingresso, che dite?”. Guarda e rigira me voy a arrepentir. Sono arrivato persino a pensare che lì a Sarandì non fossero dei grandi fans di Liga, del quale immotivatamente, entrando, canticchiavo le note. “Siam quellì là, siam quelli là..quelli tra palco e realtà”. E no, pensa. A Sarandì, stai. Benvenuti a Sarandì.


Il servizio d’ordine puoi distinguerlo solo dal color evidenziatore di una casacca su dieci, talmente poco illuminati sono le immediate adiacenze del campo. Alla fine non era cattivo il poliziotto, aveva solo una fame insopprimibile e nessun contenitore per deporre gusci non graditi. Magari non andiamo troppo per il sottile nemmeno noi, che dite?

Ci siamo tolti pure questa curiosità, hermano Mateito. Eravamo a Sarandì. Credevamo fosse lontano, forse il più vicino insieme a la cancha de Huracan. Non c’eravate tu con il gran Tito amigazzo. Ma io sono stato i vostri occhi. E non me li han nemmen cavati. Vedon la luce.

Edison Cavati.


Dario Bersani

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