8.12.19 Rosario Central-Boca Jrs: sulle sponde del Paranà per sentire l'effetto che fa

Sbarco a Rosario con l’entusiasmo e la curiosità che solo la primera vez può suscitare. Nello zaino le raccomandazioni dei miei amici de Capital: “Cuidado Tano, es picante”. Bueno. Sará che dopo aver raggiunto las canchas de Florencio Varela, Huracan, Nueva Chicago, Almirante Brown, San Lorenzo y Lanus (ultima tappa Arsenal di notte, seguiranno aggiornamenti) l’idea dei tre cartelli di narcos che si fanno la guerra e predispongono asaditos coi corpi dei nemici mi pareva come un fumetto di Paperoga. D'altronde ci pensa il primo tassista che mi carica all'aeroporto a rassicurarmi, dicendo che allo stadio avrò altissime probabilità di esser rapinato di ogni mio avere. Listo. Pensa di spaventarmi, il boludo. Non sa che è per questo che son qui. La partita è un dettaglio, come sempre. Si va. Prima persona incontrata in centro è Nestor Sensini che butta la monnezza, la seconda Mauricio Pochettino che corre lungo il Paraná. Roba da Newell’s. Convinto di pranzare quindi allo stesso tavolo con Messi, Bielsa, Di Maria, Kempes e la buonanima di Che Guevara, mi preparo mentalmente alla partita del CARC contro il Boca.



Altro taxi, altra storia. Piangendo, ma mal, il tizio mi racconta del padre medio zoppo che a 85 anni raggiunge “El Gigante” camminando da solo. Piange che sbanda, sbanda che spaventa. Senza parole. Alla fine mi ferma in un angolo perché il lungo viale d’accesso allo stadio è ovviamente chiuso. Tutti a piedi. Tutti gialloblu, locali e visitanti.



L’approccio con la hinchada canalla è soft, tipico da Previa. In città mi sembrano tutti del Central. Vestito come loro, consumando come loro (maso) scambio amichevoli impressioni e provo io a spiegare loro cosa spinge a partire dall'Italia per respirare questa atmosfera. Credevo di esser figo ma loro mi guardano come un demente, commiserandomi al solo sentire che mai mi è capitato di assistere ad un Clasico qui. “Si ferma la cittá una settimana prima”. E l’altro amigazo: “Io chiudo proprio bottega”. Verrò. Promesso. Solo dio può giudicarmi. Torneremo per la bisogna. Tenetemi.


Tifoseria incredibile, una Passione strepitosa, la verdadera fiesta. Solito tripudio di bambini contagiati, bambini dagli zero ai novant’anni. Di loro mi colpisce come staccano le patch sulle magliette da gioco e coprono lo sponsor tecnico. Sacan todo. Deve restare solo lo scudo del club. Sotto il diluvio, tanto meglio. “Gracias por venir”. Grazie a Voi, mitici Canalla.



Dentro il supporto è spaventoso, continuo, incessante. Il vantaggio, la sofferenza. Esco cinque minuti prima, buio pesto. Esco solo e senza saliva da deglutire. Tomo un taxi. Strade deserte. Cinque più quattro di recupero: in nove minuti percorriamo qualche chilometro. Altura Dorrego Bis, di nuovo sponde del Paranà. Scendo. L’arbitro fischia la fine. Quello non l’ho sentito. Ma non dimenticherò mai il boato che arriva da laggiù.


Dario Bersani

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